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Fido Amici:
Martedì 05 Gennaio 2010 14:13
SCARPA - LIBERTA’Una scarpa sciupata e malconcia, usurpata dal tempo e dai mille passi compiuti, non ha più molto da offrire, si sa… Eppure dalla sua cella, che il volontario Sammy si ostinava a definire cuccia, Tobia non riusciva a smettere di fissarla, agognando ad essa e desiderando di averla tra i denti aguzzi. La scarpa se ne stava adagiata in mezzo al fango proprio dietro i rombi della rete che gli recintavano l’abitacolo in cui era prigioniero. Se ne stava adagiata e nessuno si era accorto della sua presenza. …Nessuno a parte Tobia. Immaginava di morderla con un tale sforzo e una tale concentrazione che alle volta si stupiva di non trovarsela davvero in bocca. Ed invece ad ogni suo risveglio era sempre al di là di quella rete - dove nessun’altro occhio oltre il suo si era mai posato - che faceva capolino la sua punta sudicia e la suola logora e sdrucita… Poco potevano quelle vecchie scarpe che venivano concesse ai suoi denti, allora, per risollevargli l’animo oppresso e sciupato quanto la calzatura che bramava. Quella era completamente differente dalle altre, che distruggeva a morsi senza troppi convenevoli non ricavandone alcuna soddisfazione: quella che non avrebbe mai avuto sotto i denti era la sola che desiderasse perché gli riportava alla mente il paio di scarpe vecchie del suo anziano padrone che di mestiere faceva il bracciante, ed i tempi felici in cui da cucciolo lo accompagnava nei campi e insieme a lui correva e giocava e giocava e correva; gli ricordava le carezze della sua mano callosa e gentile, tutt’altra cosa del calcio che riceveva ora se chi si “prendeva cura” di lui aveva la luna di traverso… Per questo la bramava più del misero e disgustoso pasto che gli veniva concesso due volte al giorno, più delle visite di cortesia che di tanto in tanto riceveva dall’unico essere umano che ancora apprezzasse, Sammy; più, infine, della saltuaria venuta di possibili padroni: non voleva un nuovo proprietario da amare ricevendone amore in cambio, voleva il suo vecchio amico, il migliore che avesse mai avuto…voleva l’oggetto che più glielo ricordava. La stava ancora languidamente studiando quando giunse il suo pasto: lo considerò appena, lo mangiò svogliatamente e si addormentò sognando immense distese fiorite e tenere coccole. Le condizioni in cui viveva da ormai tre mesi erano davvero deprecabili! Tobia aveva due anni, un pelo folto e nero, col petto e le zampe morbidamente, teneramente candidi: insomma, era un bel cane che conservava un’ottima forma ed un aspetto magnifico, ma nei suoi occhi si leggeva una tristezza ed una malinconia così profonde che trattenersi dalle lacrime sarebbe stato impossibile, se a fianco ad esse non si fosse scoperta anche una prorompente e quasi disperata voglia di vivere. I giorni trascorrevano uguali, con le stesse speranze e le stesse delusioni, e mentre il sole sorgeva e tramontava all’orizzonte Tobia non faceva che chiedersi quando avrebbe addentato l’oggetto dei suoi desideri. Poi, un giorno, sentì un passo leggero ed incerto che calpestava l’erbetta oltre la rete della sua cuccia, alzò lo sguardo e vide un cucciolo d’uomo…lo squadrò: era una paffuta e sorridente cucciola d’uomo e anche lei lo guardava! Al suo fianco quello che sembrava il padre le reggeva la manina, stando attento a che non cadesse facendosi male. Ecco un’altra famiglia che veniva in cerca di un cane da accogliere sotto la propria ala protettiva, pensò. Invece vide Sammy andargli incontro, entusiasta, parlargli e mostrargli con disappunto le condizioni in cui versava il canile: quell’uomo, in realtà, era un nuovo volontario che si era portato con sé la figlia, non sapendo a chi lasciarla. Nel frattempo la piccola continuava a sorridere dolcemente guardandolo, mentre lui scodinzolava la coda come non avveniva da parecchi mesi a quella parte sentendo nascere in sé un profondo bisogno d’amore. - Serena, stai attenta! Non mettere i piedi nel fango, sennò poi scivoli! – le disse il padre che era impegnato con un nuovo arrivo, un cagnolino piuttosto malconcio e decisamente impaurito. Serena rise, con una voce che toccò le corde sensibili e lievemente assopite del cuore di Tobia. Ad entrambi brillavano gli occhi: erano gli occhi che preannunciavano una scelta. Ma Serena, con i suoi due anni e mezzo, era ancora piccola per esprimere chiaramente a parole tutto ciò che le passava per la testa, e per ora si era solo accorta di quegli occhi tristi, che voleva cambiassero espressione…così si accucciò e smosse dalla terra la scarpa che Tobia agognava. In quel mentre il padre, che non la perdeva d’occhio un istante, le andò incontro, la aiutò a rialzarsi e a ripulirsi le manine sudice, la baciò e se la portò dietro sorridendo…e spezzando quella magia. Eppure Tobia non smise di scodinzolare, né i suoi occhi di brillare, né il suo cuore di battere euforico: quella piccola umana si era accorta di lui, e quel poco tempo che gli aveva donato le era bastato per capire ciò che in oltre tre mesi nessun’altro aveva lontanamente intuito. Nei giorni a venire l’uomo tornò, ma della bimba non vi era traccia. Tobia dovette aspettare una settimana per rivederla, ma la felicità che provò valse decisamente l’attesa. Quel giorno, quando gli piombò dinnanzi trotterellando, era ancora intento ad osservare la scarpa logora oltre la rete. La bimba rise soavemente e lui le rispose guaendo di gioia incontenibile, si avvicinò alla rete e Serena potè così allungare la mano e accarezzargli il muso. Molti minuti dopo il padre la raggiunse e stette ad osservare la scena con sorriso paterno, prima di separarli e tornare a casa. La stessa scena si ripetè ogni settimana nei giorni in cui il canile era ravvivato da quei due amici che si erano innamorati l’uno dell’altra, ed ogni volta le coccole che Tobia riceveva erano sempre meno ostacolate dalla rete che recintava la sua orrenda cuccia. Fino a che un luminoso giorno di novembre Serena chiese a suo modo di entrare nello sporco abitacolo di Tobia ed il padre l’accontentò e l’accompagnò lui stesso: appena poterono, i due si saltarono letteralmente addosso! Giunse poi l’ora dei saluti e stavolta a Serena scivolò una lacrima capricciosa e imbronciata, ma notò lo sguardo di Tobia, notò il cambiamento, notò che erano occhi felici ora, e sentì il suo cuoricino traboccare di felicità; notò, infine, la direzione involontaria che i suoi occhi avevano preso... - Papà! Tobi vuole cappa… Io voio Tobi - disse seria guardando in alto davanti a sé, verso il volto del padre. Quest’ultimo fissò il ditino di Serena e vide la scarpa ma non capì a cosa si riferissero le parole della figlia, viceversa capì perfettamente la seconda parte del “discorso” e non ebbe nulla da obiettare in proposito: avrebbe reso felici due esseri viventi, cosa c’era di più bello?! Quattro anni dopo Serena andava ormai a scuola e Tobia era un cane adulto: i due erano ancora più inseparabili di quanto non fossero diventati nel giro di quei primi incontri al canile, e non si potrebbe dire se a fare le feste ogniqualvolta si rivedessero fosse più Tobia o la sua padroncina! Quanto alla scarpa…quella rimase smossa come Serena l’aveva lasciata dinnanzi alla vecchia cuccia del suo amato amico a quattro zampe, fino a che Sammy non decise che era giunto il momento di donarla ai dentini di un cane che l’apprezzasse: non aveva ancora smesso di essere utile, insomma,…non aveva smesso di donare libertà a chi se ne appropriava. Liberi erano coloro che l’avevano indossata e libero dall’ossessione di averla colui che l’aveva tanto bramata. Tobia, infatti, non ne sentì per nulla la mancanza: appena giunto nella sua nuova casa ebbe subito in dono da Serena una scarpetta che non usava più. Presto la scarpetta scomparve e tutti pensarono che i suoi canini aguzzi ne avessero fatto scempio, ma se osservassero con attenzione la sua grande cuccia si accorgerebbero che giace tutt’ora lì, al sicuro…un tesoro prezioso da custodire con cura, come lo erano per Tobia i dolci ricordi di un’infanzia felice ed il presente…ancor più soave. Marta Paludo
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